Lavoro – retribuzione – straordinari

Tribunale di Campobasso sez. Lavoro, sentenza n. 282 del 22 dicembre 2025

Prendo spunto da questa recente sentenza, in materia di diritto del lavoro e in particolare lavoro straordinario e sua retribuzione, per una riflessione più ampia.

Spesso il cliente, incolpevole e in buona fede, prospetta una situazione meritevole di tutela che, tuttavia, per le dinamiche “normali” della vita quotidiana, non riesce a trovare adeguato riscontro, tanto da rendere difficile l’emergere di soluzioni concrete. Questa mancanza di riscontro è spesso aggravata da una scarsa conoscenza dei diritti che ogni individuo possiede, creando un circolo vizioso che ostacola l’accesso alla giustizia. Di conseguenza, una sua domanda giudiziale, pur essendo legittima e fondata su basi solide, può incontrare notevoli ostacoli e difficoltà, tanto da vedere il rischio di non essere accolta, lasciando il cliente in una situazione di vulnerabilità e frustrazione.

Nel caso specifico di questa sentenza, il lavoratore, confidando in una giustizia sostanziale e nella promessa di un equo compenso per il suo impegno nel lavoro, ha introdotto una domanda giudiziale, per vedersi riconosciute le ore di straordinario lavorate nel corso degli anni e la corrispondente retribuzione, soltanto al momento in cui ha cessato la sua attività lavorativa, dopo anni di dedizione e sacrificio. Chiaramente, il trascorso degli anni da una parte e la mancata raccolta di prove certe ed inconfutabili, dall’altra, hanno condotto ad un rigetto della sua domanda di giustizia, lasciando il lavoratore in una posizione di vulnerabilità e frustrazione rispetto ai suoi diritti. In questo contesto, la sentenza maschera le complesse dinamiche di una realtà lavorativa spesso caratterizzata da precarietà e incertezze, evidenziando come la mancanza di documentazione adeguata possa compromettere seriamente la tutela dei diritti dei lavoratori.

Questo è il classico esempio di rapporti, siano essi di lavoro, di convivenza, di affari o societari, che si sviluppano negli anni senza una dettagliata ricognizione, anche in contrasto con la disciplina di settore, giungendo ad un limite di intolleranza che, tuttavia, sovente, non riceve adeguato riconoscimento.

Nel caso di questo lavoratore, come di altre migliaia, spiace in particolar modo perché un soggetto che dedica ore della propria vita allo sviluppo di un’azienda, sacrificando magari la famiglia, la compagna di vita, i figli o i genitori, avrebbe diritto al riconoscimento del suo sacrificio e del valore del suo contributo. È triste considerare che molti di questi individui, pur mettendo in gioco la loro dedizione totale e il loro impegno costante, si trovano spesso a fronteggiare un muro di indifferenza da parte dei vertici aziendali. Tuttavia, laddove l’azienda non collabori, una disciplina rigorosa sull’onere della prova vanifica ogni legittima aspettativa, in cui le proprie speranze di valorizzazione e giustizia professionale appaiono sempre più lontane.

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